Il fascino di una tragedia sofoclea nel Teatro Grande di Pompei

Il fascino di una tragedia sofoclea nel Teatro Grande di Pompei

 

 

Il fascino di una tragedia sofoclea nel grande Teatro di Pompei

di Giuliana Scolastico*

L’Associazione di Cultura Classica di Terra di Lavoro, presieduta dalla prof.ssa Maria Luisa Chirico, ha organizzato, anche quest’anno, due serate al teatro Grande di Pompei per assistere alla rappresentazione di due capolavori del teatro greco: “Lisistrata”di Aristofane andrà in scena il 18 luglio,  mentre ieri sera, a dominare  la scena è stata la tragedia sofoclea “Elettra”, con la regia di Roberto Andò.

Il mito di Elettra aveva già ispirato l’Orestea di Stesicoro, il dramma di Eschilo, Coefore e, probabilnente, anche l’Elettra di Euripide, se è  vera la successione temporale: Elettra di Euripide, Elettra di Sofocle e, in risposta a questa, Oreste di Euripide. La vicenda è breve: Elettra, figlia di Agamennone e di Clitennestea, vive nel ricordo del giorno in cui suo padre Agamennone, di ritorno dalla guerra di Troia, fu ucciso dalla moglie Clitennestra e dall”amante di lei Egisto e da quel giorno, che ha cambiato completamente la sua vita, ella, maltrattata e odiosamente umiliata dagli “assassini del padre”, vive in un rancoroso e ostinato proposito di vendetta contro la “madre non madre” e contro l'”usurpatore”. E vive nella speranza del ritorno di suo fratello Oreste, cui spetta la suprema vendetta, quel fratello che lei, in quel fatidico giorno, aveva messo in salvo, ancora bambino, affidandolo ad un parente, lontano dagli intrighi di palazzo. Finalmente Oreste, ormai grande, ritorna sotto mentite spoglie, con il suo pedagogo e con l’amico Pilade, che recano alla Regina la falsa notizia della morte di Oreste. Soddisfazione mal celata di Clitennestra e disperazione di Elettra!

Struggente e ottimamente interpretato da  Sonia Bergamasco il monologo di Elettra che reca fra le mani quella che crede essere l’urna contenente le ceneri del fratello. Il riconoscimento, la pianificazione dell’uccisione, prima di Clitennestra e poi di Egisto, e vendetta è fatta: sul grido di morte di Egisto e sul commento del coro che gioisce per la riconquistata libertà della stirpe di Atreo, si chiude la scena.

Una originale e suggestiva rivisitazione del finale sofocleo ha visto sul palcoscenico la tragedia chiudersi con una nota di modernità: con Elettra che suona il pianoforte, in sapiente richiamo alle note iniziali. È  ipotizzabile che l’ntenzione del regista sia stata duplice: da un canto sottrarre la vicenda interiore di Elettra alla dimensione esclusivamente  mitica per elevarla a emblema di un ethos universale, valido ieri come oggi, d’altro canto comunicare la sensazione che quelle note che scorrono lente sulla tastiera siano conforto e sfogo per il suo animo in pena. Suggestiva questa interpretazione del regista con un tocco di personalizzazione del testo sofocleo, nel quale, tuttavia, unico vero balsamo all’infelicità di Elettra è  la speranza del ritorno di Oreste e il proposito di vendetta. Null’altro può dare conforto a quella vita divorata dall’implacabile odio contro gi assassini del padre e dal ricordo del padre, uniche ragioni di vita.

Filologicamente fedele al testo greco, Elettra è sempre sulla scena: è lei la protagonista assoluta del dramma -il fratello Oreste compare solo nel terzo episodio-, è l’unica a cui Sofocle attribuisce una statura eroica ed è nella sua persona che si consuma il senso del tragico, una tragicità che risiede non più nel contrasto fra libertà e necessità, fra progetti umani e intervento divino, ma nel costrasto fra il suo animo nobile e la situazione ignobile in cui vive, fra il suo coraggio, la sua determinazione e l’abiezione che la circonda e la insidia. Non accetta di piegarsi “a chi comanda”, come vorrebbe la sorella Crisotemi (quanto lontana dalla statura eroica di Elettra!), non accetta di piegarsi  neanche quando incombe su di lei la minaccia di essere rinchiusa in una caverna oscura. Preferirebbe la morte piuttosto che tradire gli affetti familiari, rinunciare ad essere “degna del più grande dei padri”, tradire, in definitiva, la sua natura, la sua identità!  Ella vuole rimanere fedele a se stessa, e lo dimostra anche quando, dando credito alla falsa notizia della morte di Oreste, decide di vendicare, lei sola, l’uccisione del padre.

E non vuole e non può dimenticare: anche gli estenuanti lamenti in cui si consumano i suoi giorni non solo consapevolmente “tormentano” i due assassini, ma soprattuto rappresentano una sorta di tributo dell’infelice fanciulla alla memoria del defunto padre.

Di fronte alla personalità di Elettra che campeggia in modo assoluto nel dramma, passano in secondo piano quei temi che avevano reso grande l’analoga tragedia eschilea: il tema della giustizia, il rapporto colpa-punizione, il problema religioso; l’oracolo di Apollo è  appena accennato e manca completamente la persecuzione delle Erinni. Analogamente, di fronte alla personalità di Elettra, passa in secondo piano l’azione, che interviene, con un coup de théâtre, solo alla fine, con l’arrivo di Oreste e le vicende che ne conseguono.

Molto efficace la scelta scenografica: un palazzo dirupato, un piano inclinato, quasi “una natura morta”, come la definisce il regista, emblema dell’atmosfera di abiezione e di morte che aleggia attorno ad Elettra.

 

*docente di Latino e Greco

 

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