Le Costituzioni nel mondo greco

Le Costituzioni nel mondo greco

Le “costituzioni” nel mondo greco

di M. Luisa Chirico*

Il più antico dibattito sulle costituzioni risale a Erodoto, lo storico delle guerre persiane, vissuto nel V secolo a. C. Nel libro III delle Storie Erodoto immagina che, in un momento cruciale della storia della Persia, tre nobili persiani, Otane, Megabizo e Dario, discutano delle tre fondamentali forme di politeia (il termine greco per “costituzione): governo di uno solo, governo dei pochi e governo dei molti. Abbiamo così il logos tripolitikòs: tre discorsi a sostegno, rispettivamente, della democrazia, dell’oligarchia e della monarchia. Il primo discorso, quello di Otane, è una critica della monarchia e un elogio della democrazia. Il governo monarchico è visto come tirannide e negazione del nomos. Il monarca può fare ciò che vuole e non ha conti da rendere. Scrive Erodoto:

“Al contrario, la moltitudine che governa ha in primo luogo il nome più bello di tutti: isonomia; in secondo luogo non fa nulla di quanto fa il monarca: le cariche sono tutte esercitate a sorte: chi ha una carica deve renderne conto; tutte le decisioni sono prese in comune.”

Dunque, Otane oppone al governo di uno solo la “moltitudine che governa”, una perifrasi per indicare la “democrazia”. In realtà, la parola “democrazia”, ben nota ad Erodoto, non è impiegata nell’ambito del logos tripolitikòs: è probabile che lo storico, per dare credibilità al dibattito, non abbia voluto usare in un contesto persiano un termine che egli doveva sentire come squisitamente greco. Alla moltitudine che governa, Otane dà invece il nome di isonomia, un vocabolo il cui significato originario è quello di “equa distribuzione” (dei diritti, delle cariche); solo più tardi il termine sarà stato inteso nel senso di “eguaglianza di fronte alla legge”. In ogni caso, l’idea di democrazia è in antitesi al “governo di uno solo”. Al riguardo, è istruttivo il confronto con le Supplici (463/2 a. C.) di Eschilo, il più antico testo greco, allo stato delle nostre conoscenze, nel quale si parli del regime democratico. Alle libiche Danaidi, le quali immaginano di ritrovare anche in terra greca una monarchia assoluta di tipo orientale, Pelasgo, il re di Argo, risponde sottolineando il valore e il significato del demos.

A sostegno della tesi oligarchica interviene subito dopo Megabizo. Egli parte, come Otane, dal rifiuto della monarchia, ma è fermamente avverso alla democrazia, poiché, a suo giudizio, il popolo (to plethos) non è qualificato a governare: privo di intelligenza e pieno di arroganza (hybris), il popolo è una massa inutile, non meno violento e irrispettoso della legge del tiranno, che almeno opera a ragion veduta; il popolo, invece, agisce senza discernimento, incontrollabile come un torrente impetuoso. Megabizo conclude dicendo che il governo va riservato a quanti, per estrazione sociale, economica e culturale, posseggono le qualità necessarie ad esercitarlo, cioè agli áristoi, i “migliori”. Per ultimo interviene Dario. Nel farsi sostenitore della monarchia, Dario procede dimostrando come nel governo democratico e in quello oligarchico vi siano già i germi della monarchia; anziché attendere che queste forme di governo degenerino per poi dar luogo all’affermazione del governo di uno solo, Dario sostiene l’opportunità che il monarca governi sin dall’inizio. Qui finisce il confronto tra i tre. Merito di Erodoto è aver costruito un vero e proprio dibattito, che apre la strada a tutte le discussioni antiche e moderne sul tema delle “costituzioni”. La tripartizione delle politeiai, così come delineata dallo storico di Alicarnasso, diventerà un dato consolidato nel dibattito costituzionale e aprirà la strada a tutte le riflessioni successive. 

*Già Direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali Università Vanvitelli