20 Mag Welfare: una carità di Stato o un diritto?
di Dott. Mario De Biasio*
Il concetto di welfare oggi è inteso essenzialmente come recupero delle disparità, mentre dovrebbe essere necessariamente vissuto come libertà e miglioramento per tutti.
Il welfare, quindi, non dovrebbe essere inteso come spesa ma come investimento per la salute.
In questo periodo di crisi economica registriamo un welfare che possiamo definire affaticato.
La risultanza della ridotta o mancanza di investimenti sul benessere porta inevitabilmente ad una fragilità sociale accresciuta sensibilmente dalla povertà che alcuni ceti sociali deboli stanno vivendo drammaticamente sulla propria pelle.
La prima conseguenza è la esclusione sociale che può colpire anche strati sociali storicamente resistenti. Anche la persona cosiddetta benestante oggi, in questa società parcellizzata e virtuale, al minimo intoppo viene scagliata fuori dai circuiti sociali e può precipitare verso l’ isolamento e il disadattamento, visto che stanno venendo meno le tutele sociali cosiddette informali ( vicinato, parenti, associazioni, ecc).
La mancanza di politiche reali per il welfare può portare verso la cosiddetta vulnerabilità sociale, che è quella condizione che a seguito di eventi (anche morbosi) può generare il rischio di intraprendere un percorso di impoverimento.
A questo si aggiunge una fragilità biologica che è determinata da una fragilità in senso stretto e da una complessità clinica, che non sono concetti coincidenti.
La prima è una sindrome fisiologica caratterizzata da ridotta riserva funzionale e resistenza agli stress che portano a manifestazioni peggiorative della salute; la seconda è legata alla patologia e alle comorbilità.
La Sanità italiana, pur essendo tra le prime al mondo, è oggi colpita da problemi spinosissimi:
– la difficoltà nel rispondere alla diffusione esponenziale delle patologie croniche;
– i carichi crescenti delle famiglie per la cura dei disabili, dei malati cronici, degli anziani non autosufficienti;
– la difficoltà a sostenere le spese di produzione dei servizi, per il costo crescente delle tecnologie e dei farmaci e per la crescita continua della domanda di prestazioni;
– la difficoltà a raggiungere un equilibrio all’interno del sistema ambientale e societario che eviti il dramma della società “a somma zero”, nella quale da un lato si produce malattia e dall’altro si curano le patologie derivanti dalle cattive politiche;
– il persistere, e in molti casi l’aggravarsi, di tante forme di disagio psicofisico, legate in particolare a condizioni di lavoro e di vita negative, cui si collegano anche l’abuso di sostanze psicotrope e la diffusione delle forme di ansia e della depressione;
– la mancata realizzazione di un vero universalismo e i grandi squilibri territoriali tra aree diverse in termini di offerta sanitaria;
– i ritardi accumulati nel tentativo più volte dichiarato di spostare le risorse impegnate dalla medicina in regime di ricovero a quella del territorio e dell’assistenza domiciliare.
Negli ultimi anni si è assistito ad una evoluzione del concetto di Salute, sempre più ispirato ad un miglioramento dello stato di benessere fisico, sociale e psicologico e non semplicemente orientato all’assenza di malattia.
Dal concetto di Salute costituzionalmente garantita si à passato a quello di Sanità possibile, legata a quanto budget si ha a disposizione.
Tale principio ci indica la necessità di passare da un sistema che mette al centro i servizi e le cure da erogare, ad uno che invece mette al centro la persona e il sistema sociale e di relazione con il quale deve confrontarsi.
Ciò che si deve garantire non è il numero delle prestazioni ma gli obiettivi di salute.
Un percorso di cura ben organizzato costa meno di mille analisi e di dolorose complicanze. Ed offre sicuramente migliori risultati.
Con la recente crisi economica globale i tradizionali modelli di Stato sociale sono stati messi da più parti in discussione. In Italia ancora di più.
L’incremento di 2,5 miliardi di euro previsto per il 2025, che porta il FSN a 136,5 miliardi (oggi 134 miliardi), rappresenta solo un incremento dell’1% rispetto al 2024. Negli anni successivi, gli aumenti risultano modesti: +3% nel 2026, e valori progressivamente decrescenti fino al +0,8% nel 2030
In termini di PIL, il FSN passerà dal 6,12% del 2024 al 6,05% nel 2025, scendendo ancora al 5,7% entro il 2029, segno di un disinvestimento continuo nella sanità pubblica.
In termini di PIL, il FSN passerà dal 6,12% del 2024 al 6,05% nel 2025, scendendo ancora al 5,7% entro il 2029, segno di un disinvestimento continuo nella sanità pubblica.
Per uscire dalla crisi i sistemi di Welfare devono cercare risposte su tre questioni cardine:
- CHI DEVE DEFINIRE IL BENESSERE?
- QUALE RUOLO DEVE AVERE LO STATO?
- QUALE PRINCIPIO ETICO-POLITICO DEVE GUIDARE AL RAGGIUNGIMENTO DEL BENESSERE DELLA POPOLAZIONE?
Per dare risposte credibili è stato redatto il Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) 2020-2025 che mira a contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che definisce un approccio combinato agli aspetti economici, sociali e ambientali che impattano sul benessere delle persone e sullo sviluppo delle società, affrontando dunque il contrasto alle disuguaglianze di salute quale priorità trasversale a tutti gli obiettivi.
Questo Piano si articola in sei Macro Obiettivi:
– Malattie croniche non trasmissibili
– Dipendenze e problemi correlati
– Incidenti stradali e domestici
– Infortuni e incidenti sul lavoro, malattie professionali
– Malattie infettive prioritarie
Ovviamente il nostro SSN è chiamato ad un cambio di strategia e ad un maggiore impegno nella creazione di benessere sociale che conduca ad una minore richiesta di Sanità, visto che ormai la Scienza ci dice che la deprivazione economica porta irrimediabilmente ad un maggiore richiesta di intervento sanitario, ecco perché il Welfare deve essere riprogettato in termini di investimento e non di concessione.
La difficoltà è sempre nella circolarità dell’impegno e nella chiarezza degli obiettivi, chi fa il suo nel suo non basta, deve coinvolgere gli attori del sistema e anche le altre forze economiche e sociali interessate, che sono determinanti, ricordando sempre che i sistemi non vanno in crisi perché mirano troppo in alto e sbagliano, ma perché mirano troppo in basso e fanno centro.
* ex Direttore Generale ASL di Caserta