03 Lug Osservatorio Astronomico di Capodimonte
L’OSSERVATORIO ASTRONOMICO DI CAPODIMONTE
di Massimo Capaccioli


L’Osservatorio Astronomico sorge sulla collina di Miradois a Capodimonte, a circa 150 metri sul livello del mare e all’interno di un parco di quasi sei ettari, ricco di rarità botaniche. La storia dell’istituzione risale al 1812, quando re Gioacchino Murat, successo sul trono napoletano a seguito dello sfortunato trasferimento di Giuseppe Bonaparte a Madrid, decretò la fondazione del complesso della Specola. Napoli, capitale di un regno moderno e con una vocazione europea, non poteva assolutamente più fare a meno, per ragioni di prestigio ma anche per offrire assistenza alla marina militare e mercantile (chi andava per mare doveva conoscere il cielo). Dopo vari sopralluoghi venne individuata la zona di Capodimonte, là dove secondo il mito la sirena Partenopee poggiava il capo per dormire. Un’area a vocazione agricola, distante dalle luci e dai miasmi del centro abitato e dunque adatta a favorire le osservazioni astronomiche in un cielo nitido e limpido.
L’appezzamento prescelto prendeva nome dalla presenza di una villa cinquecentesca appartenuta al marchese di Miradois, reggente della Gran Corte della Vicaria (prima magistratura di appello di tutte le corti del Regno di Napoli per le cause criminali e civili), e ora proprietà della famiglia di Bartolomeo di Capua, principe della Riccia. Murat ordinò di acquistare la villa con il terreno circostante e affidò il progetto di un monumentale edificio, il primo in Europa ad essere espressamente progettato e realizzato in funzione degli studi astronomici, a due figure di rilievo: l’architetto Stefano Gasse (1778-1840), formatosi a Parigi e rientrato a Napoli assieme alle armate francesi, e l’astronomo “ciociaro” Federico Zuccari (1784-1817), direttore della Specola napoletana di San Gaudioso sulla collina di Sant’Agnello a Caponapoli, che doveva essere dismessa perché presentava vincoli sia architettonici che visivi. Sin dall’inizio la villa della Riccia fu adibita ad alloggio degli astronomi, mentre l’edificio da realizzare ex novo fu integralmente destinato alle osservazioni scientifiche. I due complessi sarebbero stati in seguito collegati da un corridoio coperto, chiamato “il budello”, per garantire agli astronomi un transito sicuro di notte.
I lavori si protrassero più del previsto per via della disonestà dell’imprenditore che aveva assunto l’appalto, e ancora nel 1817, in piena restaurazione borbonica, non erano stati ultimati. Fu allora che re Ferdinando I delle Due Sicilie (già Ferdinando IV di Napoli), intenzionato a dare seguito all’iniziativa “dell’usurpatore francese”, chiamò da Palermo il padre teatino Giuseppe Piazzi (1746-1826) per affidargli il completamento dell’opera.
Roccioso valtellinese, Piazzi può essere a buon diritto considerato un personaggio centrale nella storia dell’astronomia meridionale. Fondatore nel 1790 di una specola sui tetti del Palazzo dei Normanni a Palermo, aveva raggiunto la fama internazionale scoprendo nel 1801 il primo esemplare di una vasta famiglia di corpi planetari minori: il pianetino battezzato con il nome di Cerere per onorare la Sicilia. Una scoperta eccezionale in sé e quasi provvidenziale, perché avveniva mentre tutto il mondo astronomico era a caccia di un fantomatico pianeta tra Marte e Giove, proprio dove Cerere compiva il suo giro attorno al Sole.
Trasferitosi a Napoli obtorto collo, Piazzi, facendo leva sul suo bagaglio di esperienza scientifica e pratico-organizzativa, in soli due anni terminò la realizzazione della struttura sfrondandola dagli abbellimenti inutili. “Molto però mi duole che finora il lavoro consista principalmente in bugne, imposte, triglifi, cornicioni, ecc., di travertino, onde rivestire l’edifizio. Ma senza di ciò io sarei lapidato. I Napolitani sono persuasi che una pomposa e ricca fabbrica, cui si dia il nome di specola astronomica, sia tutto ciò che demanda la Scienza”, scriveva nel 1818 all’amico Barnaba Oriani, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera. Completata la parte strutturale, provvide anche all’installazione degli strumenti – quelli ordinati al famoso costruttore tedesco Reichenbach tramite il barone Franz Xaver von Zach, un rinomato astronomo ungherese con capacità scientifiche e imprenditoriali, erano già arrivati in città nel 1815 e giacevano nei depositi, in attesa di adeguata collocazione. E prima di tornarsene nella sua amata Palermo, impostò il lavoro scientifico e scelse come primo direttore il milanese Carlo Brioschi (1781-1826), specializzatosi a Brera con Oriani; un bravo scienziato e un pioniere del volo in pallone aerostatico.
Nato come struttura all’avanguardia, dotato delle migliori apparecchiature disponibili, avanzato nei metodi della ricerca della classica astronomia di posizione, l’Osservatorio di Capodimonte visse, fino alla metà del secolo XIX, una stagione di intensa attività scientifica e di rilevanti successi, grazie all’impegno di due direttori di grande prestigio internazionale: Ernesto Capocci (1798-1864), nipote di Zuccari e instancabile protagonista della vita anche letteraria e politica della città, e l’abruzzese Annibale De Gasparis (1819-1892), scopritore di ben 10 asteroidi: un autentico record per quei tempi che nel 1852 gli meritò la prestigiosa medaglia Herschel dalla Royal Astronomical Society. Furono questi due uomini a innalzare la fama della nuova Specola di Napoli al livello di quelle europee di più antica tradizione.
A Capodimonte si effettuavano ricerche tradizionali, volte essenzialmente alla determinazione precisa delle posizioni degli astri in cielo per la compilazione di carte ed atlanti celesti, oppure si facevano osservazioni meteorologiche. A partire dagli anni Settanta Emanuele Fergola (1830-1915) – parente del grande pittore e figlio del generale Gennaro Fergola che nella prima metà del 1860 difese eroicamente dai garibaldini la piazzaforte di Messina – e Arminio Nobile (1838-1897), figlio della poetessa e patriota Giuseppina Guacci, si dedicarono con costanza alla misura della latitudine dell’Osservatorio di Capodimonte. In particolare il Nobile, sulla base di accurati confronti con i dati di precedenti misurazioni, giunse all’importante scoperta delle variazioni nella latitudine. Essi furono anche i primi ad usare nel 1871 il telegrafo per la sincronizzazione delle osservazioni astronomiche, insieme agli emiliani Pietro Tacchini dell’Osservatorio di Palermo e Padre Angelo Secchi dell’Osservatorio del Collegio Romano.
Sul finire dell’Ottocento, tuttavia, mentre in Europa e negli Stati Uniti si affermava un nuovo indirizzo di studi chiamato astrofisica perché sintesi e simbiosi tra le conoscenze e le metodologie della fisica e quelle della astronomia (operazione culturale resa possibile dalla definitiva caduta del dualismo aristotelico tra mondo terrestre e mondo celeste), a Napoli si continuò a praticare l’astronomia di posizione. Il toscano Azeglio Bemporad, direttore dal 1912 al 1932, cercò inutilmente di introdurre nuovi temi di ricerca quali il completamento del catalogo astrofotografico di Catania e le osservazioni fotometriche di stelle nove e variabili, e fece acquistare anche molta nuova strumentazione. Durante la sua direzione lavorò a Capodimonte anche Alfonso Fresa (1901-1985), studioso della Luna nato a Nocera Superiore a cui la Società Planetaria Internazionale ha intitolato un cratere lunare. Sembrò che si aprisse la strada dell’aggiornamento, ma Bemporad dovette combattere contro l’orientamento generale degli astronomi locali che consideravano l’astrofisica solo come una moda passeggera. Sfiduciato e deluso, isolato in un ambiente scientifico attardato, fu lui stesso a dare le dimissioni per assumere la direzione dell’Osservatorio di Catania.
Con il suo successore, il triestino Luigi Carnera (1875-1962), convinto assertore della superiorità della classica astrometria rispetto agli studi teorici ed astrofisici, la scuola napoletana vide crescere il divario con gli ambienti scientifici italiani e stranieri. Nel 1936 l’Osservatorio divenne sede dell’ufficio centrale del Servizio Internazionale delle Latitudini, ma fu quello l’ultimo ruolo importante rivestito. Senza conoscenza e applicazione delle moderne metodologie di lavoro e senza adeguamento della strumentazione di lavoro, ben presto gli astronomi napoletani non furono più in grado di partecipare al moderno dibattito scientifico e per la Specola napoletana, iniziò un lento declino. Da questo stato di arretratezza e di isolamento culturale l’Osservatorio si è riscattato a partire dagli anni Settanta del Novecento grazie al triestino Mario Rigutti che lo ha diretto sino al 1993, e oggi può annoverarsi tra le istituzioni storiche europee di ricerca astronomica più prestigiose e produttive. Struttura scientifica dell’Istituto Nazionale di Astronomia dal 2003, attualmente l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte (OAC) conta circa 70 unità di personale tra ricercatori e contrattisti (ne aveva due quando è partito) e circa 40 unità di personale tecnico-amministrativo. A dirigerlo c’è un napoletano, Pietro Schipani, esperto tecnologo. Le linee di ricerca riguardano un ampio ventaglio di tematiche dell’astrofisica e della cosmologia: astrofisica solare e spaziale, astromateriali e campioni extraterrestri, fisica stellare e asterosismologia, galassie e cosmologia, strumentazione terrestre e spaziale, oltre alla responsabilità di un potente centro di calcolo, alla divulgazione scientifica attiva e alla gestione di infrastrutture scientifiche e storiche (auditorium, biblioteca, museo degli strumenti antichi e planetario). Forti sono i legami culturali e le attività condivise con le università del territorio: in particolare l’Università Federico II e la Partenope. Il personale scientifico dell’OC gestisce anche le attività di osservazione del telescopio a grande campo VST, situato sul Cerro Paranal in Cile dove l’Osservatorio Astronomico Australe ha il suo principale insediamento: un telescopio ideato, progettato e in gran parte realizzato e finanziato dall’osservatorio napoletano.
*Professore Emerito di Astronomia Università Federico II di Napoli
Già Direttore Osservatorio Astronomico di Capodimonte