Io….Speriamo che me la cavo

Io….Speriamo che me la cavo

“Io … Speriamo che me la cavo”

                                           di Lidia Santagata Nicolini

 

 

 

L’ormai famosa frase, titolo del libro del maestro D’Orta, mi è venuta alla mente nel corso delle mie prime esperienze di Dirigente scolastica in un istituto di Torre del Greco.

La realtà presentava molte analogie con quella descritta dal D’Orta, una realtà in cui non esistevano punti di riferimento, dove la latitanza o peggio l’assistenzialismo dello Stato aveva prodotto una sorta di rassegnazione al proprio status socio-culturale, alla propria condizione, con la conseguente negazione di ogni regola di civile convivenza e l’assunzione di atteggiamenti anarcoidi.

Come proporsi di fronte ad un simile panorama?

Apparire prevalentemente come rappresentante e garante delle istituzioni avrebbe prodotto un senso di rigetto, dando il via ad una serie di conflittualità e di incomprensioni che avrebbero pregiudicato ogni ipotesi di fattiva collaborazione.

Più saggio sarebbe stato sforzarsi di comprendere la realtà circostante e immergersi per quanto possibile nella realtà locale individuandone i limiti, i condizionamenti, le speranze per poter poi stimolare le potenzialità e far leva su sollecitazioni personali che potessero creare una sensazione di realizzazione.

Certo fu sintomatico il primo incontro con il custode della scuola che rappresentava molte analogie con il Bebè del maestro D’Orta.

Questi, chiamiamolo “Don Antonio”, degnatosi di venirmi a conoscere solo perché gli avevano riferito che “ero una brava e… bella Direttrice”, tenne subito a chiarire che era abituato a non far niente, anzi che “non doveva” far niente e, contemporaneamente mi informava dei suoi non certamente idilliaci rapporti con i miei predecessori ed in particolare del fatto che aveva sequestrato un Dirigente nella scuola per un intero pomeriggio, fino all’arrivo delle forze dell’ordine.

Seppure detto con garbo, si trattava di un atteggiamento intimidatorio, tipico dell’ambiente che viene poi recepito dai ragazzi che crescono con questo tipo di valori con enfatizzazione del concetto di sopraffazione, del farsi giustizia da sé, della prevaricazione costante.

La riprova la ebbi dopo i primi giorni di scuola quando si verificarono episodi di micro-violenza denunciatimi dalle insegnanti.

Convocati quelli che mi erano stati indicati come “i capi”, ebbi da questi una risposta scoraggiante, perché, quasi a volersi scusare di creare problemi a me, contro cui non avevano nulla da recriminare, confermarono che non potevano essere buoni in quanto erano “guagliuni ‘e ‘mmiez a via” “guagliuni ‘e sparatoria”.

Ecco, veniva fuori il vero problema: una sorta di rassegnazione conseguente a secoli di abbandono, insieme al convincimento dell’ineluttabilità di un crudele destino che era inutile cercare di cambiare.

E’ questa l’unica risposta che ci si può attendere da un ambiente dove il quotidiano diventa precario ed il normale si trasforma in eccezionale.

Ma questi “guagliuni ‘e ‘mmiez a via” nascono “guagliuni ‘e sparatoria”?

In siffatto ambiente, i ragazzi possono acquisire le strutture fondamentali della propria personalità, perché mancano, ahimè, l’apporto e il supporto di un idoneo ambiente sociale di formazione.

E allora come il soggetto riesce a elevarsi dalla condizione di individuo che ignora qualsiasi regola allo stato di “persona”, capace di accettare liberamente la norma, non più legata ad un’autorità esterna, ma elaborata nel contesto di una situazione sociale di reciprocità?

Senza un’adeguata forma di educazione, sappiamo che il soggetto non si realizza come persona!!!

… EDUCAZIONE DEMOCRATICA come rispetto delle Istituzioni, rispetto degli altri, rispetto delle idee altrui.

Ancora oggi, in questi ambienti, tale concetto viene stravolto con una enorme confusione ed il concetto di rispetto viene riferito al potere comunque costituito, al più forte, alla proprietà.

“Direttrice, ma la scuola è tua?” mi chiesero i miei ragazzi, una domanda ingenua solo in apparenza, perché insito in sé il rapporto potere=proprietà. Vivere nella precarietà in un ambiente permeato di illegalità giuridica e morale, non certo una scelta di questi ragazzi nei quali si nota, scavando, una sommessa voglia di riscatto, la volontà di poter un giorno non essere più, e non più essere considerati diversi.

E qui un grosso ruolo lo gioca la scuola, che negli ambienti svantaggiati deve usare il principio della “discriminazione positiva”, dando di più a chi ha di meno, nell’ottica di tentare, perlomeno, di “scrivere le uguaglianze”.

Una scuola aperta, quindi, alla democrazia e al sociale, una scuola che per dire con Don Milani “non faccia parti uguali tra ineguali”.

E così mi commossero due “guagliuni ‘e mmiez ‘a via” quando mi chiesero se, dopo la licenza elementare, mio marito poteva offrire loro un posto di meccanico, perché avrebbero voluto togliersi da quell’ambiente “malamente”.

L’ambiente, certo l’esempio che ricevevano i “miei ragazzi”, era estremamente negativo: famiglie precarie, genitori carcerati, spacciatori, contrabbandieri… miseria, tanta miseria e poi l’esempio peggiore di quelli che “hanno il posto”, che, con la loro ignavia, ritenendosi privilegiati, contribuivano al perpetuarsi di questa situazione.

A proposito… Don Antonio il custode, se necessario, arrivò a lavorare anche dieci ore al giorno e, per sua ammissione, “veniva sfottuto” perché si diceva che la Direttrice lo aveva “chiato”, ma lui era contento perché volentieri lavorava per la sua Direttrice brava e che lo aveva inserito, da vecchio atleta, nel team delle attività sportive aggiuntive dove ovviamente e finalmente aveva trovato la sua realizzazione e, forse, il suo riscatto.

Ecco in quest’ambiente si può essere vincenti personalizzando il rapporto; quante volte sentivo dire: “Direttrice, lo faccio per Voi!” e se ciò può servire a saldare rapporti umani, certo non giova alla creazione del senso dello Stato, del dovere, del rispetto alle istituzioni.

E’ un processo lungo cui ovviamente da educatrice ho sempre dato il mio massimo contributo con convinzione, con entusiasmo, ma principalmente con fiducia,sicura di non diventare nel frattempo una “Direttrice sgarrupata” (espressione mutuata dall’ultimo lavoro del D’Orta “Una scuola sgarrupata”).

 * già Operatrice psico-pedagogica nonché Dirigente Scolastica.