22 Mag La festa della rosa fra storia e profumi dell’antichità
di Jolanda Capriglione*
“ E dimmi, mentre passeggi in questa città, ti sei accorto che i palazzi … ebbene, alcuni sono muti, altri parlano e altri poi, i più rari, cantano?”. Diciamo la verità: chi non correrebbe a cercare il ‘palazzo che canta’ dopo questa dichiarazione del poeta Paul Valéry in Eupalinos ou l’architecture? Io l’ho fatto e l’ho trovato e, infatti, lo splendido Palazzo Cocozza di Montanara accoglie quest’anno la Decima Festa della Rosa organizzata dal Garden Club ‘Capys’. E’ una festa girovaga, ma puntuale: a maggio ci incontriamo, appunto, per ‘far la festa’ a questo fiore dai cento e cento volti, forme e colori, ma che appartiene di diritto alla nostra storia più antica, più profonda.
Famosissime nell’antichità erano le rose e gli unguenti che provenivano dall’area capuana, il fertile ‘Ager Capuanus’, in particolare nelle terre ad occidente della città.
Il commediografo Plauto ci dice che Capys era uno dei più importanti centri per l’importazione di materie prime dall’Oriente (Rud. 630), mentre il naturalista Plinio nella ‘Storia Naturale’ ne decanta i profumi e gli unguenti che vi si producevano, in particolare il ‘seplasium’ da cui deriva il nome dell’antico centro commerciale della ‘vetera’ Capua, cioè Seplasia (oggi piazza Mazzini) dove arrivava di tutto, dai vini alle terrecotte ai vetri alle pelli ai gioielli per le ricche signore e, soprattutto, unguenti e balsami di cui ci restano ampie documentazioni negli unguentari e balsamari dei nostri Musei.
Le rose capuane, insomma, erano famosissime, soprattutto, pare, la ‘centofoglie’. Se Varrone ci dice che questo centro commerciale era fra i più ricchi del mondo, lo storico Pomponio non esita a dichiarare: Lepidum unde unguentum nisi ex Seplasia, da dove potrebbe mai venire il dolce unguento se non da Seplasia? Con una storia così il Garden Club che prende nome proprio dall’antica Capys poteva non dedicare almeno una volta all’anno una festa alla rosa? In dieci anni siamo stati ospitati in siti stupendi come l’Anfiteatro sammaritano, il Museo di Teano, Casa Grauso a Marcianise (che Nicola Tartaglione tiene come una Reggia), l’elegante Circolo dell’Unione a Piedimonte Matese. Quest’anno ci regaliamo un altro lusso: il Palazzo Cocozza di Montanara con un ospite illustre (come gli altri ospiti che abbiamo avuto negli anni): il prestigioso storico dell’Architettura Leonardo Di Mauro che, da par suo, ci parlerà di rosette e rosoni, decori di colonne, capitelli e facciate. Ma sono certa che neppure la rara bravura del prof. Di Mauro riuscirà a distrarci dalla bellezza del giardino a cui si offre questo bell’edificio quattrocentesco passato di mano in mano fino a quelle, amorevolissime, di Pietro Paolo e Pina Scalzone. Un giardino immenso, nato alla fine dell’Ottocento per volere della marchesa Luisa Cocozza che volle por rimedio ai danni provocati dagli aspri scontri con i garibaldini.
Il giardino ha visto l’intervento di Peter Curzon, Fabrizio Fusco, ma anche i preziosi suggerimenti di Nicola Tartaglione che hanno ridato nuova vita a quest’area con nuove piante, nuovi fiori a fare skyline, limiti, bordure, macchie di bellissimi colori e intensi profumi, dalla lavanda al glicine alle rose. Alte e solenni svettano le palme a ‘protezione’ delle delicate camelie, ma anche degli agrumi che qui hanno di che essere felici. Ma fra i limoni e i mandarini s’intrecciano rose variopinte, e non poteva essere altrimenti perché la rosa, in un giardino degno di questo nome, la rosa è inevitabile. Perché? Non si sa, come scriveva Giorgio Caproni: “Buttate pure via/ogni opera in versi o in prosa./Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza, una rosa”
Foto del Palazzo Cocozza tratta da ADSI (Associazione Dimore Storiche Italiane)
*prof. Jolanda Capriglione, Presidente del Garden Club Capys,
docente emerita Università Vanvitelli